Miti e fiabe persiane

I racconti di Maryam e Parisa ispirati dalla visita alla Gipsoteca di Arte Antica

Premessa

Questo testo è la trascrizione dell’intervista a Parisa Soleimani e Maryam Abdollahi condotta durante l’incontro online del giorno 25 giugno 2020. L’intervista è stata realizzata a seguito della visita di Parisa e Maryam a 4 musei del Sistema Museale di Ateneo di Pisa, coinvolti nel progetto “So Distant. Incredibly Close”: ovvero la Gipsoteca di Arte Antica, Il Museo degli Strumenti per il Calcolo, Il Museo di Storia Naturale e il Museo e Orto Botanico.

Oltre a Parisa e Maryam, hanno partecipato all’intervista: Alice Milani (fumettista), Marzia Cerrai (Fondazione Sistema Toscana), Ketty Di Pasquale (Associazione Casa della Donna).

L’incontro è stato condotto e facilitato da Adriana De Cesare (Fondazione Sistema Toscana).

Alcune parti dell’intervista potrebbero essere state rimosse dalla redattrice nel rispetto della privacy delle persone coinvolte.

Adriana: Quale dei 3 musei vi è rimasto più impresso? Cosa vi ha colpito di più?
Maryam: A me il museo di Calci, che era la prima volta che vedevo (ndr.: Museo di Storia Naturale). È stata una vera sorpresa. In tutti questi anni non lo avevo mai visitato.

Parisa: Anche io non conoscevo il museo di Calci e mi è piaciuto tanto.
Però anche la Gipsoteca (ndr.: Gipsoteca di Arte Antica). Ci ero passata davanti diverse volte. E soprattutto in Gipsoteca mi è piaciuta tanto la ragazza che ci ha guidato.
Sia a Calci che in Gipsoteca avevamo due guide molto brave.

Ketty: I due che mi sono piaciuti più di tutto sono la Gipsoteca e quello di Calci.
Più che la Gipsoteca, l’atmosfera, i racconti e le storie che si sono create e il fatto di aver visto un luogo, che già conoscevo, con occhi diversi.
Calci perché in particolare alcune situazioni, come le vasche dei pesci, a livello di sensazioni visive, ti sembrava di essere quasi sott'acqua con loro, erano sensazioni molto forti che mi sono piaciute molto.
Il Museo degli Strumenti per il Calcolo è quello che mi ha interessato di meno. Io pensavo di annoiarmi del tutto, invece ho scoperto cose che non sapevo. Mi ha incuriosito.
Nonostante la mia avversione, ho superato alcuni pregiudizi perché non mi interessava il discorso sui calcolatori, ma ho scoperto alcune cose che non sapevo.
Per esempio di quanto sia stata importante Pisa rispetto a tutta l’evoluzione e la ricerca scientifica. E poi il momento clou dell’esperienza virtuale (ndr.: l’allunaggio in 3D) ha il suo merito. E poi come era ambientato, perché il fatto che ci fossero stanze blu e rosa… era interessante.
Questa cosa dava una tonalità affettiva a una cosa che per me non è affettiva per niente. Ma era interessante.

A.: Ci dite qualcosa di voi?
P.: Tutto il mio programma era andare dai miei cugini in Inghilterra o in America. Poi sono venuta in Italia.

M.: A 20 anni volevo diventare un professore di fisica. Poi ho cambiato idea. Ho fatto corsi per cucina e anche per somministrazione. A 35 anni ho capito che sono più una persona per l’arte.

A.: Cosa ricordate dei musei che avete visto? Se voi voleste lasciare una traccia in uno dei musei, cosa lascereste e dove?
M.: Magari è ridicolo quello che dico io...
Noi abbiamo vissuto a Teheran, ma io sono nata da genitori che sono originari del Mar Caspio. Quando andavamo dalla mia nonna lei aveva un orto grande.
Andavamo a cacciare lumache. Lo so sono bellissime. Però io le odiavo già da piccola perché vedevo che mangiavano tutto quello che lei piantava.
Anche io ho un piccolo orto a casa.
Poi siamo entrati nel museo (ndr.: il museo di Storia Naturale di Calci), mi sembra erano i primi passi, e abbiamo visto tutte queste lumache.
E io ho detto “mamma mia sono lumache”. La guida ha detto che sono milioni di anni che esistono.
Dove ho messo basilico, lattuga e cetrioli io metto sale. Non voglio mettere roba chimica, ma loro ce l’hanno con me!

A.: Ma una cosa che non c’è, che non hai trovato nel museo e che diresti questa ci sta bene, quale è?
P.: Forse in Gipsoteca manca qualcosa che ricorda la cultura persiana.
È vero che lì c’era una statua che si trova anche al museo di Teheran.
Però qualcosa di Persepoli o simile ci starebbe bene.

M.: Ma secondo me lì, in Gipsoteca, ci sarebbe stato bene un teatrino per dare vita e movimento ai personaggi delle statue. Così questo tipo di racconto diventa più divertente.

A.: In Iran c’è il teatro di tradizione che ripropone i miti della vostra storia?
M.: Sì, ci sono. Noi abbiamo bar tradizionali, che si chiamano chay khane casa del tè dove vai a sedere e bere un tè, con un dolcino. E c’è un uomo, detto naghal, che racconta le storie che sono dipinte negli affreschi o quadri. Si tratta di cantastorie.
P.: C’è anche un libro famoso che si chiama il Libro dei Re, che parla di questo.
C’è un problema. Alcune di queste cose esistevano tradizionalmente, ma dopo la Rivoluzione (ndr.: il riferimento è alla rivoluzione islamica iraniana 1978-1979) sono state vietate e quindi non sempre si possono trovare.
Ora ci sono di più rappresentazioni religiose, un po’ come le processioni da voi.
Però le rappresentazioni storiche da qualche parte ci sono, soprattutto nei centri più piccoli, penso che ancora le fanno. Come dice mia mamma, e da come mi ricordo io, nei paesi dei miei nonni sicuramente c’erano.
Però dopo la rivoluzione molte di queste cose sono state fermate. Ora qualche attore e qualche gruppo teatrale ha ripreso e cerca di porsi un po’ in maniera soft per non disturbare nessuno.

A.: Cosa raccontano queste storie?
P.: Più o meno anche lì si tratta di miti. Quello che mi ricordo, avevo 10 anni e ero con mia zia, è la storia di un re chiamato Zahhāk, che sulle spalle aveva due serpenti.
Il re ordinava ai soldati di andare a prendere i giovani e di ammazzarli per dare da mangiare a questi serpenti. Altrimenti i serpenti mangiavano lui.
E così, poiché stavano ammazzando i giovani della città, alla fine la gente fa una sorta di rivolta, ammazza il re e i serpenti e libera il paese.
E quel giorno, proprio per dire che hanno ammazzato questo re, accendono un fuoco sulla collina per dare la notizia ai vari paesi.
Da lì dicevano hanno origine le feste iraniane. Il martedì, l’ultimo giorno dell’anno c’è una festa che deriva proprio da questa storia. Noi accendiamo un fuoco, saltiamo sul fuoco, chiediamo al fuoco di darci la sua vivacità. E rimanda probabilmente a questa storia.

M.: Questa storia deriva da un libro che si chiama Shāh-Nāmeh del poeta famoso Ferdowsi, che ha scritto in 30 anni tutto in persiano senza una parola araba.
Si tratta delle storie che ci hanno raccontato i nostri nonni. Storie vere mescolate a fiabe tutte in poesia con rime.
Quello che mi ha colpito sempre da piccola è questa storia di guerra tra padre e figlio, tra tradizione e modernità. Il padre è sempre stato un combattente, un soldato di guerre e quando nasce questo figlio lascia la madre per andare in guerra. Per cui non vede il figlio crescere. Un giorno il figlio va in guerra, a 20 anni, e si scontra con il padre in un corpo a corpo. I due non sanno di essere padre e figlio e quando il padre lo scopre è troppo tardi, perché lui ha avuto la meglio sul figlio e lo ha ucciso.
Questa storia è una tragedia e ce ne sono molte di tragedie così nel libro.

Un’altra storia molto bella racconta di un principe, la cui matrigna era innamorata di lui, un po’ come la storia di Giuseppe (ndr.: si tratta del patriarca la cui storia è narrata nel libro del Genesi, nell’Antico Testamento).
Questo giovane non ha mai voluto cedere alla matrigna.
Allora fanno un tunnel di fuoco e se lui veramente non ha ceduto alla matrigna e non è colpevole di tradimento, passa con il cavallo attraverso questo tunnel di fuoco e esce salvo.
Vengono da ogni città per vedere questa prova e lui passa dal tunnel vivo e salvo. E tutti sono contenti.
Ma anche questa storia ha una fine tragica, perché la matrigna lo fa uccidere…

P.: Queste storie sono le storie che ci hanno raccontato i nostri nonni e che abbiamo sentito anche come fiabe in maniera semplice.
Anche la storia di Zahal, un bambino albino che siccome nasce con i capelli bianchi viene mandato via. Poi c’è un uccello che si prende cura di lui, un po’ come nella storia della Lupa di Roma.
Oppure la storia dei confini dell’Iran che un eroe li ha segnati tirando con l’arco. C’era una specie di scommessa: dove, tirando con l’arco, sarebbe scesa la freccia, lì diventava il confine dell’Iran.
E lui mette tutta la sua forza e tira il più lontano possibile e alla fine lo trovano morto sul monte di Alborz, il monte più alto dell’Iran.
Sono queste le storie così raccontate. E girando per l’Iran trovi le statue e disegni. Sono storie familiari e nello stesso tempo una parte della nostra cultura.
Tra l’altro anche a Roma a Villa Borghese c’è la statua di questo poeta.

A.: Ma tutte queste storie finiscono con gente che muore?
M.: Non sempre! Alla fine vince la luce sulle tenebre. Quando arrivi alla fine del libro, dove finiscono tutte le fiabe e le storie, c’è una storia a lieto fine. C’è anche un proverbio che dice “L’ultima storia finisce bene!”. Sì, però è pieno di tragedie.
P.: In tutte queste tragedie c’è la storia del diverso, la storia del male e in qualche modo la storia dell’Iran: la storia dell’albino, la storia del re che nutriva i serpenti con i giovani… Dietro ci sono una serie di cose che ti portano a pensare a quello che succede, al male, alla dittatura. E forse è raccontato un po’ così perché non hanno mai potuto raccontarlo direttamente.

A.: Se tu potessi, cosa porteresti via dai musei che hai visitato per portarlo in Iran?
P.: Non tanto un oggetto. Mi piacerebbe diffondere nelle scuole in Iran l’abitudine a raccontare i nostri miti, così come vengono raccontati qui. Quando io ho fatto la scuola c’era tutta una serie di cose di cui era vietato parlare. Per esempio la storia dell’arte da noi non si faceva. E invece con tutto quello che c’è in Iran è una materia da introdurre.
Mi piacerebbe che in Iran diventasse una cosa alla portata di tutti.
Io le conoscevo perché mia mamma era laureata in storia e c’era questa abitudine a portarci in giro per vedere le mostre.
Invece nel periodo in cui io ho vissuto la scuola erano previste le visite solo ai centri di guerra per fare omaggio ai soldati, pregare per i soldati che sono in guerra. Per cui mi mancano i ricordi di visite di questo genere.

A.: Ma era proprio vietato fare lezioni di storia dell’arte? Era vietato parlarne?
P.: Sì sì, non si faceva. Ma neanche adesso si fa.
Ci fu un periodo, dopo la Rivoluzione, in cui le statue venivano considerate dalla religione islamica come una cosa blasfema. L’uomo che ha creato una cosa che ha creato solo Dio…
Addirittura buttavano giù le statue. Addirittura volevano buttare giù Persepoli con le ruspe.
La gente si è messa davanti e ha cercato di salvare queste cose.
Io ho vissuto la mia adolescenza nel periodo di guerra: dagli 11 ai 18 anni ho vissuto la guerra. E quindi tutta la mia attività al liceo e alle scuole medie era concentrata in questa guerra.
Facevamo il teatro, ma rappresentando i martiri di guerra. Cantavamo tutte le canzoni di guerra.
Per cui a me mancano i ricordi delle visite in un museo con le mie amiche, che poi in Iran ce ne sono.

M.: Se volete vedere una storia vera c’è un cartone animato che si chiama Persepolis, che racconta questo tempo della Rivoluzione. Come hanno studiato gli studenti e come sono scappati dall’Iran.
Se io invece voglio rubare una cosa dal museo… non ridete: io ho sempre vissuto con il mio bambino dentro.
Vi ricordate al museo di Calci lo scheletro della balena? Dove dentro c’era Pinocchio?
In Iran i bambini conoscono la storia di Pinocchio.
Quando vado in Iran, come ricordino per i bambini compro degli oggetti con Pinocchio (matita, portachiavi…)
Io magari ruberei Pinocchio dentro la balena!
P.: Allora ti servirebbe un intero aereo per trasportarla!

L'ultima storia finisce bene

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